Confederarsi

Molti di noi pensano e sentono che il sistema attuale è superato. Ma le nostre voci sono sparse, i nostri appelli sono disgiunti, le nostre azioni sparpagliate. Tanto che a volte dubitiamo della nostra forza e ci arrendiamo all’impotenza. La diffrazione può a volte avere il suo lato positivo, lontana dalle centralizzazioni e quindi dagli allineamenti. Ciononostante, è necessario, ora più che mai, confederarsi. In questo momento la crisi economica, sociale e politica comincia a scaricare senza esitazioni la sua gigantesca e brutale violenza. Se “siamo in guerra” [espressione utilizzata dal presidente francese Macron il 16 marzo 2020 in riferimento all’emergenza sanitaria dovuta al Covid19], si tratta proprio di una guerra sociale. Già da ora iniziano gli attacchi, implacabili: ricatti sul lavoro, minacce alle libertà e ai diritti, menzogne e violenza di Stato, intimidazioni, repressione della polizia soprattutto nei quartieri popolari, sorveglianza diffusa, disprezzo di classe, discriminazioni razziste, le peggiori umiliazioni fatte ai poveri, ai deboli, agli immigrati. Per una parte crescente della popolazione le condizioni di alloggio, di salute, di nutrizione e a volte di mera sussistenza, sono catastrofici. È giunto il momento di puntare il dito contro quelli che hanno creato questo problema di classe. Ciò che è “estremo” sono in realtà le disuguaglianze vertiginose, ulteriormente aggravate dall’attuale crisi. Ciò che è “estremo” è questa violenza. In questo sistema, le nostre vite varranno sempre meno dei loro profitti.

Non abbiamo più paura delle parole per descrivere la realtà di ciò che opprime le nostre società. Per decenni, “capitalismo” è stata una parola tabù, accennata come un imperativo indiscutibile, evidente come l’aria che respiriamo, un’aria sempre più stantia. Ora ci rendiamo conto che il capitalocene è davvero un’era, distruttiva e mortifera, un’era di attacchi mortali alla Terra e agli esseri viventi. Non si tratta soltanto di rifiutare un certo neoliberismo, tornando semplicemente a un capitalismo più “accettabile”, “verde”, “sociale” o ” umanizzato”. Nella sua pura e semplice brutalità, il capitalismo non può essere controllato, riformato o migliorato. Come un vampiro o un buco nero, è capace di risucchiare tutto. Non ha morale; riconosce solo l’individualismo e l’autoritarismo; non ammette altro principio che il profitto. Questa dottrina divoratrice è cinica e omicida, così come ogni produttivismo sfrenato. Confederarsi è rispondere a questa dottrina tramite il collettivo e la sua incarnazione nel numero, e così affermare l’opposizione al capitalismo, senza mai considerare possibile il compromesso.

Non siamo solo e nemmeno principalmente, “anti”. Anche se non abbiamo un progetto prefabbricato, siamo sempre più numerosi a teorizzare, pensare ma anche a praticare alternative di vita credibili e tangibili. Dobbiamo metterle in comune. Ciò che già unisce queste esperienze e queste speranze è una visione del bene comune non più basata sul possesso ma sull’uso, sulla giustizia sociale e sulla pari dignità. I beni comuni sono risorse, azioni collettive e modi di vita. Permettono di aspirare a una bella vita cambiando i criteri di riferimento: non più mercato ma condivisione, non più concorrenza ma solidarietà, non più antagonismo ma comunione. Queste proposte sono solide. Permettono di concepire un mondo diverso, liberato dalla ricerca del profitto, del tempo visto come redditizio e delle relazioni mercificate. È più che mai necessario e prezioso condividerle, discuterle e diffonderle.

Tuttavia, sappiamo che questo non basterà: siamo coscienti che il potere del capitale non permetterà tranquillamente ad una forza collettiva che gli è contraria di organizzarsi. Prevediamo l’inevitabilità dello scontro. Ciò rende ancora più imperativo organizzarsi, tessere legami di solidarietà sia a livello locale che internazionale e fare dell’auto-gestione e dell’autonomia delle nostre azioni un principio attivo, in un duraturo e tenace raduno di forze. Ciò implica la promozione di tutte le forme di vera democrazia: le brigate di solidarietà che si moltiplicano soprattutto nei quartieri popolari, le assemblee, le cooperative integrali, i comitati d’azione e decisionali nei luoghi di lavoro e di vita, le ZAD, zone da difendere, le comuni libere e comunitarie, comunità critiche, la socializzazione dei mezzi di produzione, dei servizi e dei beni… Oggi il personale sanitario fa appello a un movimento popolare. La prospettiva è tanto potente quanto elementare: chi lavora quotidianamente in ambito sanitario è nella posizione migliore per determinare le esigenze di salute pubblica, insieme con gruppi di utenti finali e pazienti, senza manager ed esperti autoproclamatisi. L’idea è generalizzabile. Abbiamo la legittimità e la capacità di decidere della nostra vita – di decidere di cosa abbiamo bisogno. L’auto-gestione è un modo per prendere in mano i nostri affari. E la confederazione è un contropotere.

Non siamo dei feticisti del passato, ma abbiamo bene in mente i Federati della Comune di Parigi, quelli che volevano davvero cambiare la vita, darle un senso e una forza. I loro movimenti, le loro origini, le loro convinzioni erano diversi, repubblicani, marxisti, anarchici, e talvolta un insieme di queste diverse ideologie. Ma il loro coraggio era lo stesso e la loro salvezza comune. Come loro, anche noi abbiamo le nostre differenze. Ma come loro, di fronte all’emergenza e alla sua gravità, possiamo superarle, senza ritornare alle eterne divisioni e unirci. Una cooperativa di elaborazioni, iniziative e azioni comuni darebbe più forza ai nostri atti. Coordinamento informale o forza strutturata? Sta a noi decidere. Di fronte al discorso dominante, tanto insidioso quanto pervasivo, dobbiamo unire le nostre forze se non per metterlo a tacere, almeno per contrastarlo. Dobbiamo confederarci per mettere in pratica un’alternativa concreta e che susciti speranza.

Non appena avremo raccolto le prime forze, organizzeremo un incontro, le cui modalità saranno ovviamente decise insieme.

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